Ritorno a parlare di letteratura americana, forse un po’ troppo trascurata a scuola nonostante abbia molto da insegnare a studenti e ad aspiranti scrittori.
Ho già scritto alcune mie opinioni su opere di maestri come Fitzgerald (clicca qui), Salinger (clicca qui), Hemingway (clicca qui), ognuno protagonista in uno stile di scrittura. Ma ho parlato anche di scrittori famosi più recenti come Sparks (clicca qui) ed Elizabeth Strout (clicca qui) che adoro.
Oggi mi occupo di un capolavoro nel suo genere, il romanzo del 1937 “Uomini e topi” di John Steinbeck, pubblicato in Italia da Bompiani prima con la splendida traduzione di Cesare Pavese e qualche anno fa con quella di Michele Mari più vicina al linguaggio “parlato” originale (in foto parziale di copertina all’articolo).
Già, perché “Uomini e topi” di John Steinbeck è un romanzo che fa scuola per la costruzione dei dialoghi. Pur non essendo una trama assai lunga o complicata, anzi abbastanza lineare, sono proprio i dialoghi dei due protagonisti George e Lennie a scandire in maniera esemplare il ritmo della vicenda.
Come sempre, senza raccontare troppo per non svelare il romanzo, posso solo accennarti che lo scaltro piccoletto George e il grosso Lennie affetto da ritardo mentale sono due braccianti che si spostano da un ranch all’altro della California per lavorare e mettere da parte qualche soldo. Hanno infatti un sogno che permette loro di andare avanti. George cerca sempre di evitare sempre che Lennie, lavoratore instancabile, si metta nei guai. Ci riuscirà anche in questo ranch?
“Uomi e topi” (titolo originale “Of Mice and Men) è una lettura scorrevole, cruda in certi punti della narrazione, consigliata per chi voglia affrontare un altro pilastro della narrativa statunitense.
Ricordo anche una trasposizione cinematografica degli anni ’90 con la regia di Gary Sinise e con John Malkovich tra i protagonisti.

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