Ecco un bel ricordo delle mie Scuole Superiori, con un argomento che ancora oggi mi è rimasto nel cuore. Parliamo della nostra cara lingua italiana: qual è la prima testimonianza scritta?
Il primo documento scritto in volgare italiano ad oggi pervenuto a noi, è il famoso Placito Capuano del 960 d.C. Sì, proprio così: si parla di un documento di oltre mille anni fa!
La storica pergamena riporta la seguente frase:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parti Sancti Benedicti” (in foto riporto una parte di riproduzione).
Traduzione:
“So che quelle terre, per quei confini che qui si contengono, le possedette per trenta anni la parte di S. Benedetto”.
Cosa significa? Una curiosità alla volta.

placito capuano
Diciamo che il Placito Capuano, come lo conosciamo noi, è il primo di 4 testimonianze giurate (i Placiti Capuani o Cassianesi) regisrate tra il 960 e il 963 d.C, riguardanti una lite sui confini tra le proprietà del Monastero di Montecassino e il feudatario Rodolfo D’Aquino. In particolare i placiti capuani riguardavano le terre dei monasteri benedettini di Capua, Sessa Aurunca e Teano.
Dopo la distruzione del monastero ad opera dei saraceni, alcune terre erano state prese impropriamente dal feudatario in questione; tre testimoni asserivano che le terre invece appartenessero al Monastero.
La famosa frase, come le altre delle pergamene successive riportanti i placiti, fu scritta dai giudici in una lingua comprensibile ai testimoni, i quali appunto effettuavano la loro deposizione davanti al giudice Arechisi, indicando le terre usurpate al monastero.
È un documento importantissimo, perché è la prima testimonianza scritta che certifica la diffusione tra la gente italica di una lingua diversa dal latino, lingua che invece gli stessi giudici conoscevano bene. Si tratta infatti di un volgare campano parlato probabilmente dalla gente comune.

Quando fu ritrovata la pergamena di questo importantissimo documento?
Le pergamene dei placiti, per fortuna, sono sopravvissute agli attacchi al Monastero. Furono trovate dall’archivista Erasmo Gattola, nel Settecento, donandoci un documento di indiscusso valore storico-culturale.
Non voglio soffermarmi, in questo articolo, sugli aspetti storici dello sviluppo del volgare nelle varie regioni d’Italia. Vorrei solamente farti riflettere su un punto: pensa a quando, molto più in avanti, appena fatta l’unità d’Italia nel 1861, si dovette affrontare il problema di favorire la diffusione di una lingua comune (vedi il milanese Alessandro Manzoni che scelse il fiorentino per i suoi Promessi Sposi), per aumentare anche il sentimento comune di unità nazionale.
…Come recita la famosa frase, associata a Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Vecchi ricordi di gioventù mi riportano indietro ai tempi delle Superiori e al mio vocabolario di italiano, al quale ero molto affezionato, “lo Zingarelli”, così come al mio Atlante Storico della De Agostini. Sicuramente le versioni di oggi sono al passo con i tempi.

   

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